Foto di Luca Ragagnin

Intervista a Luca Ragagnin

Altra settimana, altra intervista ad uno dei nostri autori: Luca Ragagnin.

Qui potete trovare il suo profilo Yeerida e leggere gratis le sue opere!

Luca Ragagnin: come hai deciso di diventare scrittore?

Ho incominciato molto presto, intorno ai 14 anni. Scrivevo delle poesie “esistenziali” bruttissime. Ma leggevo molto. Leggere, a partire dagli 8,9 anni, è stata una delle mie attività preferite, come si dice, e un lettore appassionato, prima o poi, ci prova.

Quali sono gli autori a cui ti ispiri o che ti hanno influenzato maggiormente?

Domanda impossibile! Diciamo che da quando ho iniziato a mettere in piedi strutture narrative più complesse rispetto a quelle estemporanee dell’adolescenza, ho anche smesso di leggere letteratura durante le fasi di scrittura (i saggi scientifici e storici, invece, mi vanno bene). Ma se devo proprio nominare qualcosa e qualcuno, allora dico che durante gli anni dell’apprendistato mi hanno coinvolto emotivamente e stilisticamente le avanguardie storiche, il surrealismo, molti poeti francesi e la narrativa del centro Europa.

Qual è il momento in cui preferisci scrivere, la tua atmosfera preferita?

Assolutamente al mattino. In casa, in silenzio.

Secondo te il digitale è di aiuto o di ostacolo al mondo dell’editoria, nello specifico per quanto riguarda la cultura?

Se intendi il digitale come stampa, aiuta gli editori a spendere di meno, a non rischiare tirature da scommessa, eccetera. Quindi è positivo. Sulla fruizione è un altro discorso. Ma ho come il sospetto che la cultura vera ragioni per categorie atemporali e un po’ se ne freghi dei supporti.

Come saranno secondo te i libri del futuro?

Spero non troppo distanti da come li ha immaginati Gutemberg a metà del Quattrocento. Il futuro del libro è nella carta (come il futuro della musica è nel vinile).

Qual è il tuo libro classico preferito?

Altra domanda impossibile. Ma uno solo? E quanto classico lo vuoi? La Commedia? I Sonetti di Shakespeare? Il Mondo Kafka? Un Novecentista? Savinio e Gadda? Facciamo così: ti dico Gargantua e Pantagruel (non ho mai riso così tanto, e ci aggiungo Cervantes e Haŝek).

Dacci un consiglio di lettura. Proponici un romanzo contemporaneo che hai letto di recente e ti è piaciuto particolarmente.

Elena Varvello, “La vita felice”, uscito da Einaudi l’anno scorso.

Ti piacciono le serie TV. Se sì, qual è la tua preferita?

Assolutamente. Anche se non ho purtroppo tutto quel tempo e quindi devo essere molto selettivo. Negli ultimi anni ho scelto Six Feet Under, House of Cards, Gomorra, Breaking Bad (ecco, questa è fenomenale in ogni aspetto, a partire dalla scrittura), Lost e True Detective.

Pensi che scrivere sia un’attività più artistica o più intellettuale?

L’aggettivo “artistico” mi fa venire l’orticaria. Non significa nulla per me. “Intellettuale” va appena un po’ meglio, ma dipende anche molto da cosa si scrive. Opinioni, pensieri, ragionamenti? Fiction pura? Insomma, scrivere è un sacco di cose che stanno in mezzo a due estremi che chiamerei Necessità (unita al talento) e Lavoro Duro.

Negli ultimi 10 anni abbiamo visto esplodere il fenomeno del selfpublishing. Sembra che tutti in fondo vogliano essere, o quantomeno dirsi, scrittori. Secondo te perché?

Perché scrivere è più facile che leggere. No, battute a parte, devo dire che mi stupisce un po’ questa idealizzazione dello scrittore da parte dell’aspirante tale. Qui non è Hollywood anni Trenta, e nessuno scrive sudando in canotta in una camera di un albergo mitologico. Niente party, nessun Scott Fitzgerald o Thomas Wolfe (e se è per quello, nemmeno un Tom Wolfe all’orizzonte – beh, forse un tempo erano Busi e Arbasino i nostri Tom Wolfe). Quindi il mercato culturale italiano non avalla più (e probabilmente non l’ha mai fatto) la figura dello scrittore che brilla di una luce opaca e sinistra (è quella più abbagliante, giusto?). Si accontenta di molto meno. Un reality per scrittori esordienti, il baraccone espositivo della televisione, il monitoraggio dei nostri pensatori moderni, i blogger. Però c’è anche da dire che in tutto questo ridicolo balletto (e a proposito di scrittori che fanno danzare, c’è una definizione coniata da Céline – per Sartre -, A l’agité du bocal: ecco, sono dei farfugliatori del nulla, ma altamente specializzati, questi “tutti autonominatisi scrittori” di cui mi chiedi) continuano e sempre continueranno a esistere gli scrittori veri e gli editori che danno loro la caccia.

Di cosa tratterà il tuo prossimo romanzo?

Di un ex scrittore che non trova lettori e apre un’agenzia investigativa.

Quali sono i tratti fondamentali per delineare un buon personaggio di narrativa, secondo te?

Psicologia, carattere. Voce. E qualche volta la fisicità, il corpo.

Quanto è importante leggere per scrivere?

È fondamentale.

Quanti libri leggi in media al mese?

Dieci? Venti? Dipende se sto scrivendo oppure no.

C’è uno scrittore (anche della letteratura classica) che ti sta particolarmente antipatico? Se sì, perché?

Ma dài! Stai scherzando vero?

Pensi che le scuole di scrittura creativa possano effettivamente aiutare gli aspiranti scrittori?

Sì, ma fino a un certo punto. Sono utili per apprendere la tecnica e per capire se si ha o meno talento. Poi, ovviamente, dipende molto dai docenti.

Quale consiglio daresti a un giovane che vuole intraprendere la carriera di scrittore?

Di leggere tanto, di toccare più mondi letterari possibile e di coltivare la curiosità e la disciplina.

Cos’è che ami di più dell’essere scrittore e cosa odi di più?

Amo il tempo rallentato, la densità che cresce nella lentezza, l’avere pazienza, il lavoro certosino, come si dice. Non c’è nulla che addirittura odi. Diciamo che non partecipo alle “riunioni di famiglia”, non amo i salotti (una volta si chiamavano così, ora c’è altro ma è la stessa cosa). Sono poco o niente mondano, insomma. A volte aiuterebbe, lo so, ma mi pare tempo perso.

Qual è stata la cosa nella vita che più di ogni altra ti ha spinto a continuare a scrivere?

Provare a decifrare il senso della mia vita.