Lo scrittore Stefano Pastor
Stefano Pastor è nato a Ventimiglia nel 1958. Prima di dedicarsi alla scrittura, circa tre anni fa, ha lavorato per vent’anni nel commercio di musica e film. I suoi libri spaziano tra i generi più vari, ma l’autore ha una predilezione per il fantastico puro, senza una precisa inquadratura. Con Graphe.it edizioni, Stefano Pastor ha pubblicato un libro fantasy che tocca i temi quali l’intolleranza e il razzismo, intitolato Bianco e Nero, disponibile instreaming gratuito su Yeerida. In questa intervista parliamo dei suoi romanzi e di letteratura, e se dopo averla letta ne volete sapere di più, qui trovate il suo sito.
Stefano Pastor - Bianco e Nero

Ciao Stefano Pastor, potresti raccontarci come hai deciso di diventare scrittore?

Ci ho provato da ragazzo, ma ho rinunciato quasi subito. Non ero abbastanza coraggioso. Ho tentato di nuovo alla soglia dei cinquant’anni. Perché? Perché avevo tante storie da raccontare e il tempo che mi restava era sempre meno. Quindi perché sprecarlo? Se ho fatto bene o meno non sono io a doverlo dire, però non mi sono mai pentito.

Quali sono gli autori a cui ti ispiri o che ti hanno influenzato maggiormente?

Un’infinità. Tutti i libri che mi sono piaciuti sono entrati a far parte del mio immaginario. In genere a questa domanda cito sempre i soliti nomi (Lovecraft-King-Koontz), ma più passa il tempo più mi rendo conto di aver subito l’influenza di tantissimi altri.

Qual è il momento in cui preferisci scrivere, la tua atmosfera preferita?

Sarebbe necessario il silenzio, la cosa che è più difficile da trovare. Nel silenzio creo con facilità, riesco a scrivere parecchio. Ultimamente di silenzio ce n’è ben poco e la mia scrittura ne risente.

Secondo te il digitale è di aiuto o di ostacolo al mondo dell’editoria, nello specifico per quanto riguarda la cultura?

Non ho mai tenuto granché al libro-oggetto. È un prodotto più per collezionisti che per lettori. Il digitale rende i libri fruibili ovunque e da chiunque, senza che sia un piacere destinato soltanto a un’élite. Di conseguenza, e purtroppo, privilegia una letteratura più di massa, quindi standardizzata.

Come saranno secondo te i libri del futuro?

Certi generi saranno destinati a sparire, il fantastico per primo. Diverranno esclusivo appannaggio del cinema e della televisione. Perché leggere un libro presuppone di conoscere la fantasia. Essere in grado di tradurre in immagini ciò che si legge sulla carta. Ormai quasi nessuno lo sa (o vuole) più fare, meglio affidarsi al cinema, in grado di superare qualunque immaginazione. Conto che alcuni generi sopravvivranno comunque, in qualsiasi modo si evolveranno i supporti di lettura.

Qual è il tuo libro classico preferito?

Diciamo che in passato ho amato Shakespeare e tutti i grandi scrittori americani. Da giovane sono stato anche appassionato di teatro, i drammi di Tennessee Williams mi hanno molto influenzato.

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Dacci un consiglio di lettura. Proponici un romanzo contemporaneo che hai letto di recente e ti è piaciuto particolarmente.

L’ultimo libro che ho letto (e che mi è piaciuto) è una pubblicazione che risale a qualche anno fa, ma che consiglio senza riserve: La gang dei sogni di Luca Di Fulvio.

Ti piacciono le serie TV. Se sì, qual è la tua preferita?

Ovvio che mi piacciano. Come amante del fantastico, ormai soltanto lì è possibile trovare qualcosa di nuovo e originale. Sicuramente più che nel cinema tradizionale. Certe serie sono davvero coraggiose e innovative. Ovvio che non tutte siano della stessa qualità. La migliore resta sempre Il trono di spade, che non è affatto inferiore ai libri da cui è tratta, ma ultimamente ho trovato piccoli gioielli, come Stranger Things, Sense8 e The OA.

Pensi che scrivere sia un’attività più artistica o più intellettuale?

Intellettuale è una parola che non mi si addice. Ancora adesso scrivo per divertirmi. Anche se la passione si è un po’ appannata, non sarei in grado di progettare un libro a tavolino, alla ricerca del capolavoro. Scrivo di getto, quindi preferisco considerarla un’attività artistica (anche se nel mio caso chiamarla arte è un po’ pretenzioso).

Negli ultimi 10 anni abbiamo visto esplodere il fenomeno del selfpublishing. Sembra che tutti in fondo vogliano essere, o quantomeno dirsi, scrittori. Secondo te perché?

Considerato che pure io ho scelto di diventare un autore indipendente, non dovrei criticare il fenomeno. Nel mio caso, però, è stata una decisione ponderata, dopo aver pubblicato vari libri nel canale dell’editoria tradizionale. L’invasione degli autopubblicati è a mio parere una moda passeggera, destinata a estinguersi in pochi anni. Resteranno sempre gli autori indie, quelli che hanno qualcosa da dire, ma saranno in molti a ritirarsi delusi.

Di cosa tratta il tuo romanzo in uscita?

In verità ne ho parecchi in uscita nei prossimi mesi. Per iniziare due thriller, L-Boy e Torre, e un’avventura fantastica, Spirito verde. A seguire tanti altri.

Di cosa tratterà il tuo prossimo romanzo?

Il romanzo che sto scrivendo in questo momento, col titolo provvisorio di Radici, è una storia drammatica, che prende il via dal suicidio di un ragazzo. Per una volta niente thriller o fantasy, solo una storia di amicizia e di coraggio.

Quali sono i tratti fondamentali per delineare un buon personaggio di narrativa, secondo te?

Le emozioni. I personaggi devono provare emozioni e devono essere in grado di trasmetterle al lettore. Che siano positive o negative poco importa, sono le emozioni che li rendono vivi. Senza emotività non c’è storia.

Quanto è importante leggere per scrivere?

Non lo so, ormai non leggo quasi più, non ho tempo. Però prima di iniziare a scrivere ho letto oltre cinquemila romanzi. Questo conta?

Quanti libri leggi in media al mese?

Valgono pure i miei libri? Perché ultimamente mi sembra di non fare altro: leggere e rileggere i libri che devo pubblicare. E poi rileggerli ancora. Una domanda di riserva?

C’è uno scrittore (anche della letteratura classica) che ti sta particolarmente antipatico? Se sì, perché?

Ci sarebbero, soprattutto nella letteratura classica, ma anche in quella moderna. Giacché non voglio farmi nemici preferisco non fare nomi. In fondo ciascuno ha le sue preferenze e io non faccio difetto.

Pensi che le scuole di scrittura creativa possano effettivamente aiutare gli aspiranti scrittori?

No. Possono aiutare come può aiutare un insegnante delle medie. Ti possono insegnare le regole della grammatica e basta. Anzi, le considero causa della rovina attuale. Non è vero che chiunque sia in grado di scrivere, conoscendo alcune formule basilari. Per scrivere serve la fantasia (persino quando non si scrive libri di fantasia) e quella nessuno la può insegnare.

Quale consiglio daresti a un giovane che vuole intraprendere la carriera di scrittore?

Non esistono consigli (tanto si rischia di sbagliare comunque). Se sa scrivere e ha fantasia, è anche dotato di abbastanza intelligenza e buon senso da sapersela cavare da solo. Altrimenti ci sono modi più soddisfacenti di impiegare il proprio tempo.

Cos’è che ami di più dell’essere scrittore e cosa odi di più?

È un’attività in grado di dare grandi soddisfazioni, ma anche grandi delusioni. Se uno è fortunato (e qui la capacità non basta), le soddisfazioni saranno più delle delusioni. Per tutti gli altri (purtroppo la maggioranza) avverrà l’inverso.

Qual è stata la cosa nella vita che più di ogni altra ti ha spinto a continuare a scrivere?

Le storie. C’erano e mi dispiaceva perderle. Per trent’anni l’ho fatto. Ho ideato storie e le ho lasciate andare, senza scrivere una riga. Non lo voglio più fare. Sono storie belle, meritano una possibilità. Devono esistere.