Il diario dei sogni di Marco Candida

Oggi a Yeerida abbiamo intervistato Marco Candida, autore scafato, che ha al suo attivo moltissimi libri. Tra i suoi editori ci sono anche quei matti di Las Vegas. Su Yeerida potete leggere il suo libro, edito appunto da Las Vegas Edizioni, Il diario dei sogni. Qui di seguito invece potete leggere cosa ci ha raccontato durante un’interessantissima e approfondita chiacchierata sullo scrivere, sui libri, e sull’editoria.

Ciao Marco Candida, potresti raccontarci come hai deciso di diventare scrittore?

Zanna Bianca. Alle scuole medie ci fecero leggere in classe Zanna Bianca. Il professore di Italiano fu bravo a coinvolgerci. Ci faceva scrivere fiabe, descrizioni oggettive e soggettive e racconti. Il prof ci parlava di Steinbeck. Ci parlava della letteratura americana. Va a sapere perché, a dodici anni presi la Lettera 32 del nonno e mi misi a scrivere. Anche i Tascabili della Sperling che acquistavo per 7.500 lire alla Standa sotto casa giocarono un ruolo. Jack Higgins. Forsyth. Follett. Le Carré. Mi misi sotto e cominciai a scrivere. Ho cercato di smettere a venti anni. Ma poi a ventidue ho ripreso e a ventisei ho siglato il primo contratto pubblicando il libro a ventotto anni.

Quali sono gli autori a cui ti ispiri o che ti hanno influenzato maggiormente?

Il diario dei sogni di Marco Candida
Domanda complessa. Come ho detto, devo dire grazie ai tascabili della Sperling e di Mondadori se ho cominciato. Ancora oggi, leggo libri di genere, non li disdegno. Se siamo quel che siamo, lo dobbiamo ai panini al salame e col burro e la marmellata e non soltanto al sushi e a piatti di alta cucina. Leggo molto, anche perché leggo libri che con un paio di sedute si possono esaurire. I libri di agevole lettura mi danno la gioia di leggere e c’è anche una dimensione atletica che non è tanto male: l’idea che ti siedi e ti fulmini cinquanta pagine in due ore. Ti fa sentire bravo, no? Oltre a darti piacere. Però, quando devo scrivere qualcosa di mio, allora prendo in mano i libri italiani. I Classici. A me piace molto Verga, ad esempio. Mi aiuta a ricordarmi che devo avere una certa sensibilità per il linguaggio, se voglio scrivere e pubblicare un libro, un’opera letteraria. Ma anche gli altri… Ariosto, il Manzoni, l’Aretino, il Leopardi… Uno a caso dei Classici della mia lingua va bene.

Qual è il momento in cui preferisci scrivere, la tua atmosfera preferita?

Al mattino presto e alla sera. Se la giornata è soleggiata volo letteralmente sulla tastiera. Il caffè aiuta moltissimo.

Secondo Marco Candida il digitale è di aiuto o di ostacolo al mondo dell’editoria, nello specifico per quanto riguarda la cultura?

Domanda complessa. Oggigiorno se voglio sapere una cosa, clicco e la so. Perché leggere un libro di Storia, se esiste Wikipedia e migliaia di altre pagine e video a portata di click? Penso che l’immensa quantità di dati a disposizione farà fuori quei libri che si limitano a sistemare e sintetizzare il sapere (magari anche in modo superbo; esempio: La Retorica Antica, di Roland Barthes) a favore di libri che rielaborino in modo originale i dati. Cioè, una sterminata quantità di dati a portata di click ci farà diventare tutti più intelligenti e farà correre il progresso al galoppo. Sempre che qualcuno non tiri la Bomba.

Come saranno secondo te i libri del futuro?

Vedi, la questione è complessa. Una volta si andava al cinema e si vedeva un film. Poi, lo si aspettava in televisione. Poi sono arrivati i videoregistratori. Negli Anni ’80 si potevano noleggiare le videocassette. Poi, piano piano, si sono potute comperare. Oggi non soltanto si possono comperare, i film, ma si possono guardare on-line e non nella poltrona di casa, ma con un tablet si possono guardare in treno, in autobus, ovunque. Cioè guardare un film è diventato un po’ come leggere un libro. Ci sono i racconti di alcuni registi, come hanno cominciato. Sylvester Stallone faceva la maschera al cinema e racconta di essersi visto lo stesso film per cinquanta volte. Tarantino lavorava come commesso in un negozio di noleggio di videocassette e fu così che poté diventare un’enciclopedia. Cosa facevano, queste persone? Guardavano e riguardavano dei film finché non diventavano esperti, sviluppavano una sensibilità. Oggi questo si può fare con molta facilità. Si può guardare un film, studiarlo, impararlo a memoria… tutti i film che si vuole. E quando diciamo film, diciamo storie. Una volta entravi al cinema, vedevi un film e poi a casa. Oggi se rivedi quello stesso film dieci, venti, trenta volte ti accorgi di tutte le imperfezioni, incongruenze. Per forza i film diventano sempre più complessi e ben fatti, perché non sono più usa e getta. Rimangono. Intendo fisicamente. Sono lì. Come prima lo erano soltanto i libri e suppellettili o ammennicoli. Ecco perché il mercato del libro è in crisi, a parer mio. In più, i libri sono in crisi perché il cinema, i videogiochi si nutrono delle migliori qualità della letteratura. Capito questo, il libro puramente alfabetico è spacciato. Ma la letteratura si rigenera in altre forme d’arte. Comunque sia, al di là di questo concetto forse un po’ difficile o semplicemente farraginoso, se proprio devo dire per me i libri del futuro saranno gli audiolibri.

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Qual è il tuo libro classico preferito?

Difficile dire. Il Classico è quel libro che mi suggerisce una rielaborazione personale del contenuto. Certi libri li leggi e basta. Sono belli, piacevoli, wow. Però non ti saltano in mente strane teorie, non individui enigmi tra le righe, non ci sono improvvise soluzioni di misteri che si appalesano solo a te e che vuoi subito andare a dire a tutti. Per dire, leggo la Divina Commedia e mi rendo conto che in un testo pieno di simmetrie c’è una curiosa asimmetria: i canti dell’Inferno sono 34 mentre quelli di Purgatorio e Paradiso sono 33. E subito vedo un simbolo, un messaggio, qualcosa che Dante voleva sussurrarci. L’asimmetria, la stonatura è in corrispondenza dell’Inferno, il Regno di Satana! Ora, okay, hai vinto la bambolina, bravo. Ma se pensi che nessuno in settecento e passa anni ci aveva mai pensato, la cosa dà un brivido, no? Forse il Classico che preferisco sono le tragedie greche. Su tutti Sofocle.

Marco Candida, dacci un consiglio di lettura. Proponici un romanzo contemporaneo che hai letto di recente e ti è piaciuto particolarmente.

Soggiorno a Zeewijk di Marino Magliani. Ecco, Magliani è uno dei pochi autori contemporanei da me letti che al pari di Verga o l’Ariosto, ti fanno ricordare che se vuoi scrivere devi avere una sensibilità per il linguaggio.

Ti piacciono le serie TV. Se sì, qual è la tua preferita?

Non mi piacciono le serie Tv, ma adoro autori che scrivono romanzi che sono quasi come serie Tv. Ultimamente ho letto Dossier di Lawrence Sanders che contiene tre brevi romanzi in trecentocinquanta pagine. Bello. Sulle truffe. Mi piace Candice Renoir e poi dopo secoli ho cominciato ad apprezzare La Signora in Giallo.

Pensi che scrivere sia un’attività più artistica o più intellettuale?

Mi piacciono le opere che creano mondi di finzione coerenti e ragionevoli. Oppure opere dove l’irragionevolezza sia chiara – come nei libri di Kafka o di Moresco o Pennac. Ho letto La peste di Camus e arrivato a un certo punto ho fatto saltare il libro per aria perché l’eroico dottore protagonista della storia si lamenta del suo lavoro – più o meno. E allora vattene, no? Ma chi ti obbliga? Per me è inaccettabile una cosa del genere. Sarebbe come contravvenire alla legge di gravità o alle leggi di relatività dei moti. Sono cose che ci sono e punto e l’aggettivo “surreale” o “allegorico” non ti salva.

Negli ultimi 10 anni abbiamo visto esplodere il fenomeno del selfpublishing. Sembra che tutti in fondo vogliano essere, o quantomeno dirsi, scrittori. Secondo te perché?

Perché diamo molta importanza agli scrittori. Infatti, gli scrittori sono odiosi, si snobbano i loro incontri, i libri che scrivono non si leggono. Gli scrittori ci fanno sentire degli stupidi – perché spiazzano, attentano alle nostre attese, certezze, dicono sciocchezze. Scrivere ci aiuta a sentirci meno stupidi. Però, la scrittura, l’arte è un sogno che può condurre alla pazzia, per citare la canzone Dio è morto dei Nomadi.

Di cosa tratta il tuo romanzo in uscita?

Nelle mani dell'amore di Marco Candida
Di puttanate. Il Novecento non è ancora morto. Joyce è vivo e lotta con noi. E così, scriviamo ancora di puttanate, se vogliamo scrivere qualcosa di vero, perché la nostra esistenza è costellata, porca puttana, dalle puttanate.

Di cosa tratterà il tuo prossimo romanzo?

Il mio prossimo romanzo è il più bel libro che abbia mai scritto. Un libro così importante che mi imbarazza averlo scritto io. Mi auguro, anzitutto, esca. Che l’editore mantenga la parola. Ma non posso dire di che cosa parla.

Quali sono i tratti fondamentali per delineare un buon personaggio di narrativa, secondo Marco Candida?

Gli stessi per delineare la personalità di un qualsiasi individuo nella realtà. Che lavoro fa. Come si comporta con la sua famiglia e gli amici. Se si rende conto di far parte di un Paese, che, nel bene o nel male, è la sua patria. Se sa cosa significa avere una patria alle spalle. Se non crede in nulla o se invece crede in qualcosa per cui non ha spiegazione. Se sa distinguere la destra dalla sinistra. Se si rende conto che il lavoro bello o brutto è quello che ti sfama. Se si rende conto che a questo mondo esistono brutti mestieri ma che non è affatto detto che debba essere tu quello che deve pur farlo. Cose così.

Quanto è importante leggere per scrivere?

E’ importante. C’è un testo ormai vecchiotto di uno scrittore amico mio che si chiama Giulio Mozzi. Lo conoscete? In questo testo scritto per il suo bollettino Vibrisse Mozzi parla della sua formazione di lettore-scrittore. Fa degli elenchi di libri che ha letto. E usa sempre questa espressione “fare le cose con metodo”. Da piccino leggeva libri per piccini. Da adolescente libri per adolescenti. Ha fatto le cose con metodo, gradualmente. Ed è interessante, il testo, perché verso la fine questo bambino di sette, otto anni educato alla lettura con metodo arriva al tempo presente, a trentanove, quarant’anni affermando di leggere solo i libri che gli servono. Non i libri che gli piacciono. Non i libri che lo attirano. Ma che gli servono. Perciò, leggere tanto, con metodo, sì, ti fa diventare un drago, ma… c’è un prezzo da pagare.

E tu quanti libri leggi in media al mese?

Leggo in continuazione. Ci sono libri che metto giù e non termino, però. In media tre, quattro libri.

C’è uno scrittore (anche della letteratura classica) che ti sta particolarmente antipatico? Se sì, perché?

Sergio Garufi. Garufi, mi sembra un affettato misto tra Tiziano Scarpa e Michel Houellebecq. In più, Garufi mi perseguita da anni, sulla rete. Ed ecco servita la focaccia, e ben gli sta.

Marco Candida, pensi che le scuole di scrittura creativa possano effettivamente aiutare gli aspiranti scrittori?

Sì, certo.

Quale consiglio daresti a un giovane che vuole intraprendere la carriera di scrittore?

Lo stesso che il grande Jerry Lewis ha dato a un paio di giovani intervistatori di una radio via Web: prima trovatevi un day-by-day work.

Cos’è che ami di più dell’essere scrittore e cosa odi di più?

Quello che amo è il momento, quel preciso, magico, brillantissimo momento in cui mi sento uno scrittore. Quello che odio è quando quel momento magico passa e mi rendo conto che era solo illusione.

Qual è stata la cosa nella vita che più di ogni altra ti ha spinto a continuare a scrivere?

La verità? Non trovare lavoro.